La cucina popolare bosniaca con lo chef Zijo

Associazione Buongiorno Bosnia Cooperazione Internazionale

The story

Zijo Ribić vive e lavora come cuoco a Tuzla. La cucina della tradizione balcanica è la sua passione, passione che condivide con tutti quelli che amano la buona cucina e che amano i Balcani.

Con Zijo avremo la possibilità di imparare a cucinare i piatti della tradizione popolare bosniaca durante due serate in diretta zoom il 22 e il 29 gennaio 2021. A tutti i partecipanti sarà inviato anche un bellissimo ricettario in pdf con le spiegazioni sulle preparazioni, gli ingredienti e altre curiosità.

L'iniziativa è promossa da Buongiorno Bosnia, Centro Pace Cesena, Arci Bolzano, Arci del Trentino e l'intero ricavato sarà devoluto a sostenere Zijo, la sua famiglia e la sua comunità.

Sì, perchè Zijo Ribić non è solo un cuoco. É anche il protagonista di una storia dolorosa, drammatica ma al contempo ricca di speranza, riassunta qui sotto da Andrea Rizza Goldstein e che trovate in versione integrale nella pubblicazione “Io non odio. La storia di Zijo” (ed. FBSR, 2016).

A partire da aprile 1992, tutta la Bosnia nord-orientale è stata teatro di una estesa operazione di pulizia etnica ai danni dei musulmani bosniaci (bosgnacchi), congegnata dall’establishment politico-militare della nascente auto-proclamata Republika Srpska, esplicitata nei cosiddetti “obiettivi strategici” del 1992 e realizzata inizialmente dalle forze di polizia del Ministero dell’Interno della Republika Srpska (MUP RS) con il supporto e la collaborazione del Ministero dell’Interno della Serbia (addestramento dei gruppi di paramilitari serbi e serbo-bosniaci, fornitura di supporto logistico, di intelligence e messa a disposizione di ufficiali di collegamento) e dell’Esercito Popolare Jugoslavo (fornitura di armi e logistica per armare la popolazione serbobosniaca e l’Esercito della Republika Srpska Vrs). Il massacro di Skoćić, villaggio abitato prevalentemente da rom musulmani, situato nella Municipalità di Zvornik, ai confini con la Serbia, è uno dei numerosi crimini di guerra commessi nell’ambito delle pulizie etniche in Bosnia-Erzegovina a partire dal 1992.

Zijo Ribić, sopravvissuto al massacro del suo villaggio, nel 2005 entra in contatto con Nataša Kandić, premio Alexander Langer 2000 e fondatrice del “Humanitarian Law Center” di Belgrado. Decide di raccontarle la sua storia e denunciare gli autori dello sterminio della sua famiglia e del suo villaggio. Grazie al sostegno e all’assistenza della Kandić e della sua organizzazione, vengono intraprese le indagini e nel 2009 inizia, a Belgrado, il processo contro gli autori del massacro di Skoćić. Zijo è il primo rom ad aver portato in tribunale la questione del genocidio del suo popolo. Un genocidio dimenticato, passato in secondo piano sia durante la Shoah, che durante le guerre jugoslave degli anni Novanta: dei 45.000 rom che vivevano in Bosnia orientale, oltre 30.000 sono stati soggetti a pulizia etnica durante la guerra.

“Mi dissero che avrei visto subito mia madre... e hanno sparato. Ho rivisto quelle persone dopo 20 anni. Mi ricordo le loro facce, li ho riconosciuti in tribunale. Loro mi hanno massacrato la famiglia. Non so se li odio... i miei genitori non mi hanno insegnato a odiare, perciò questo sentimento non mi appartiene. Anche dopo tanti anni mi ricordo tutto, come se fosse successo ieri. Mi ricordo quando sono arrivati e ci hanno presi. Prima ci hanno picchiati, cercando oro e armi. Hanno detto che non ci avrebbero fatto niente. Ci hanno raggruppati tutti davanti alla casa. Hanno stuprato mia sorella maggiore Zlatija e io ho visto tutto. Poi sono arrivati due camion nei quali ci hanno caricati e portati in un villaggio vicino dove avevano già scavato una fossa comune. Ci hanno fatti scendere uno alla volta; prima mia madre e mio fratello, poi sono venuti a prendere me. Avevano appena finito di stuprare nuovamente mia sorella. Io piangevo, chiedendo di vedere mia madre. Mi risposero che l’avrei vista subito. Poi, in fila è arrivato il mio turno. Ho sentito degli spari e un fendente di lama nel collo. Ho fatto finta di essere morto. E mi hanno gettato nella fossa comune insieme agli altri che avevano appena ammazzato”.

Zijo è rimasto per qualche tempo nascosto tra i cadaveri e poi è riuscito a raggiungere il bordo della fossa e a scappare nei boschi circostanti, dove ha vagato sotto shock per qualche tempo. Dopo aver pernottato in una casa abbandonata, il giorno dopo ha raggiunto un villaggio dove ha incontrato una donna che sbrigava delle faccende nell’orto e le ha chiesto aiuto. Questa, spaventata dalla vista di un ragazzino di sette anni coperto di sangue, ha chiamato i due uomini della famiglia: due soldati serbo-bosniaci dell’Esercito Popolare Jugoslavo.

“Mi hanno soccorso subito... mi hanno lavato, medicato e dato da mangiare. Mi hanno dato dei vestiti puliti e poi mi hanno portato a Kozluk in infermeria. Lì ho visto le stesse persone che la sera prima avevano ucciso i miei familiari. Mi sono aggrappato ai due soldati che mi avevano salvato”.

Il comandante dei paramilitari e una ragazza arruolata nella stessa formazione četnika cercarono di portarlo via, ma i due soldati si rifiutarono di lasciarlo e lo condussero invece all’ospedale di Zvornik, dove rimase fino a ottobre ’95, quando, grazie all’intervento di una Ong internazionale, venne ricoverato nell’istituto per bambini traumatizzati “Dr. Simo Milošević” di Igalo (Montenegro). Era pesantemente traumatizzato da quello che aveva vissuto.

“Dovevo rimanere nell’istituto solo qualche mese e invece ci sono rimasto fino al ’96. Dovevo curarmi. Poi, grazie a un progetto dell’Unicef, sono stato portato in un orfanotrofio, il ‘Mladost’ a Bijeloj, sempre in Montenegro”.

Dopo cinque anni trascorsi a Bijeloj, Zijo viene rimandato in Bosnia-Erzegovina, nell’orfanotrofio di Tuzla. A Tuzla si diploma presso la scuola alberghiera, diventando cuoco. Nel 2005 Zijo esce all’orfanotrofio e per i due anni successivi viene ospitato da Tuzlanska Amica, a Casa Pappagallo, una struttura per i ragazzi maggiorenni che, usciti dall’orfanotrofio, non hanno dove altro andare.

Il processo iniziato nel 2009 si è concluso a febbraio 2013 con la condanna in primo grado dei sette imputati appartenenti alla formazione paramilitare soprannominata “I četnici di Simo” a complessivi 72 anni di carcere (Zoran Đurdević e Zoran Stojanović a 20 anni, Zoran Alić e Tomislav Gavrić a 10 anni, Dragana Đekić e Đorde Sević a 5 anni e Damir Bogdanović a 2 anni), per crimini di guerra contro la popolazione civile del villaggio di Skoćić. Gli imputati hanno fatto ricorso e a giugno del 2015 la Corte di Appello del Tribunale di Belgrado li ha prosciolti, con la motivazione che riguardo all’uccisione di civili del villaggio di Skoćić (fatto acclarato e non messo in discussione in secondo grado) gli imputati erano presenti sul luogo del massacro, ma l’accusa non è stata in grado di fornire prove sufficienti per determinare la loro responsabilità individuale.

Zijo ha incontrato più volte – faccia a faccia – i paramilitari.

"Ho rinunciato allo status di testimone protetto perché volevo vedere se riuscivano a guardarmi negli occhi. La prima volta che ho rivisto il comandante della squadriglia mi è passato di tutto per la testa. Poi ho pensato che se mi facevo vincere dall’odio sarei diventato uguale a loro. A me non hanno insegnato a odiare. Non posso e non voglio dimenticare quello che è successo alla mia famiglia e al mio villaggio. Ma posso decidere di non odiare. È difficile. Ma da qualche parte dentro di te puoi trovare la forza di non odiare. Quando il giudice ha letto la sentenza che scagionava gli autori del massacro, questi mi hanno riso in faccia. Mi veniva da piangere e non volevo. Come si fa a rimanere normali in queste situazioni? Io voglio rimanere normale. Io non voglio odiare”.