Plastiglomeri: i nuovi fossili

Lavinia Bianchi Ambiente & Ecologia

The story

Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare.

I rifiuti plastici vengono spesso trasportati in spiaggia dalle correnti, dove bruciano in roghi accidentali, creando densi conglomerati di plastica e elementi naturali.

Trovati per la prima volta nel 2006 a Kamilo Beach, spiaggia hawaiana, gli agglomerati sono conosciuti con il nome “plastiglomerate”, sono i nuovi fossili, simbolo di una nuova epoca geologica: l’antropocene. Testimoniano come l’inquinamento umano sia penetrato nella crosta terrestre e sia entrato a far parte del ciclo delle rocce.

Dopo aver trovato per la prima volta il nuovo tipo di materiale, abbiamo deciso di intraprendere un viaggio alla ricerca dei nuovi fossili, percorrendo, prima la selvaggia costiera cilentana, poi, le serene spiagge civitanovesi.

Raccolti più di cento esemplari, mappato il percorso e analizzato dove è più facile reperire il nuovo tipo di roccia, ad ogni plastiglomerate è stato assegnato un numero che corrisponde all’ordine cronologico in cui è stato trovato e la data del ritrovamento.

A ognuno è, poi, stato attribuito un nome, per dimostrare come quello che, superficialmente, può essere considerato un rifiuto, rappresenta, come ogni artefatto della natura, una vera e propria opera d’arte.

Un’opera d’arte si interpreta, non basta ammirarla: bisogna trarne un insegnamento, capire ciò che l’artista vuole comunicare.

In questo caso l’artista è il mare che, attraverso le sue opere, si racconta e risponde a importanti quesiti odierni: la plastica, il segno della presenza umana sulla terra, influenza la dinamica dello stesso sistema terrestre.

Valorizzare questi rifiuti e capirne il potenziale significa sia riconoscere al mare il lavoro di trasformazione compiuto su di essi, sia evitare che questi possano tornare ad inquinare.

Oggi è un’occasione per riflettere sull’impatto che l’uomo ha sull’ambiente e per apprezzare la grandezza del mare e della natura nel trasformare pezzi di rifiuti plastici in opere d’arte.

«Tu butti qualcosa in mare, e il mare (dopo un tempo imprecisato e imprecisabile) te lo restituisce lavorato, finito, levigato, lucido o opaco secondo il materiale, e anche bagnato, perché così i colori sono più vivaci.»

Bruno Munari