The story

Lo scopo del progetto I Have a Dream è quello di raccogliere i fondi necessari per aiutare Rose a sostenere le spese universitarie di sua figlia Rehema, permettendole di frequentare il corso di scienze farmaceutiche e conseguire, entro tre anni, il Diploma of Pharmacy presso la Mwanza Catholic University of Health and Allied Sciences. Si tratta di un’università convenzionata con il Bugando Medical Centre ovvero l’ospedale di riferimento dell’intera regione del Lago Vittoria, in Tanzania.

Di seguito indichiamo quali sono, nello specifico, i costi da sostenere annualmente:

SPESE DI ISCRIZIONE: 150 euro (390.000 scellini tanzaniani)

TASSE UNIVERSITARIE: 655 euro (1.700.000 scellini tanzaniani)

SISTEMAZIONE PRESSO IL CAMPUS UNIVERSITARIO: 185 euro (480.000 scellini tanzaniani)

La spesa totale annua ammonta quindi a circa 1000 euro (2.570.000 scellini tanzaniani).

L’obiettivo che vorremmo raggiungere è quello di circa 3000 euro in modo da avere la sicurezza di riuscire a sostenere le spese per tutto il triennio.

N.B. le cifre indicate in euro sono approssimative in quanto risultanti dalla conversione dallo scellino tanzaniano, necessariamente condizionata dalle oscillazioni relative al tasso di cambio. Questo è anche il motivo per cui abbiamo modificato l'obiettivo, inizialmente indicato qui sulla piattaforma nella cifra di 3000 euro, in quello di 3500 euro: è una cifra che ci sembra adeguata a coprire gli aumenti del tasso di cambio che si sono verificati da quando il Progetto è iniziato.

!!!AGGIORNAMENTI !!! 18/09/2019

Gli anni passano ma le cose vanno avanti.

Rehema ha CONCLUSO con agilità il PRIMO ANNO di studi ed è al momento impegnata nello studio per sostenere l'ULTIMO ESAME DEL SECONDO ANNO.

Noi però dobbiamo muoverci per tempo. STA infatti PER INIZIARE IL TERZO ANNO di studi, quello al termine del quale, se tutto va come deve andare, conseguirà il Diploma.

E' incredibile pensare a quanto il Progetto abbia preso concretezza grazie alle vostre donazioni, a quanto la vita di questa ragazza sia cambiata nel giro di così poco. 

Se credete di voler e poter ancora contribuire alla realizzazione di questo Sogno vi chiediamo un altro piccolo gesto di Amore. Manca veramente poco!!!

!!! AGGIORNAMENTI !!! 25/04/2018

Grazie al vostro prezioso sostegno all'inizio di febbraio 2018 siamo riuscite a mandare i primi soldi per l'ISCRIZIONE AL PRIMO ANNO di università di Rehema!

Provare a descrivervi la sua emozione il primo giorno di lezione è difficile tanto quanto riuscire ad esprimere la commozione e profonda gratitudine della mamma, la nostra cara amica, che ancora non riesce a capacitarsi di tutto questo.

Rehema ha quindi cominciato il suo percorso, con grande entusiasmo oltre che con un pizzico di comprensibile tensione. E sta già ottenendo ottimi risultati, segno che quando c'è grande motivazione non esistono ostacoli. È di pochi giorni fa, infatti, la notizia che Rehema ha SUPERATO brillantemente il PRIMO SEMESTRE!

LA STORIA

Questa è la storia di Rose.

Anzi, questa è la storia di come l’incontro con Rose ha illuminato le nostre vite.

Siamo a Buswelo, un piccolo villaggio a nord della Tanzania. Pochi chilometri lo separano da Mwanza, la città che sorge sulle sponde del lago Vittoria, ma l’atmosfera che si respira non appena ci si addentra in questa minuscola realtà di “provincia” è completamente diversa da quella confusionaria che caratterizza la seconda metropoli tanzaniana. Qui è tutto un susseguirsi di casupole e baracchette di legno e lamiere che si intravedono fra le nubi di polvere sollevate dal passaggio dei mezzi di trasporto locali. Le strade non sono asfaltate ed il colore che predomina è quello della terra rossa su cui gli abitanti camminano per lo più a piedi scalzi. È in una zona leggermente isolata di questo rurale agglomerato urbano che si trova, in cima ad una piccola collina, la casa dove abitano Rose e la sua famiglia. Quattro mura, un tetto in amianto e niente acqua. Fuori, però, c’è un grande giardino da cui, al tramonto, si possono ammirare le sfumature del cielo e, di sera, è possibile godere della nitida lucentezza delle stelle. Lo spazio all’interno non è molto ma ci si stringe per entrarci tutti e sette. Insieme a Rose vivono infatti i suoi tre figli (Rehema, Erick ed Elia), la mamma anziana ed altri due bambini (Johnny e Niko).

Ma facciamo un passo indietro.

Il nostro primo incontro con Rose risale all’estate del 2015. Ci trovavamo a Buswelo da circa una settimana, fresche di laurea in giurisprudenza, per un progetto di volontariato in un orfanotrofio del villaggio. Rose, che all’epoca si occupava delle pulizie al compound presso cui alloggiavamo, ci era stata presentata dalla ragazza italiana con cui condividevamo l’abitazione. Spinte dalla curiosità di approfondire la conoscenza con una persona del posto e facilitate dalla possibilità, piuttosto rara, di parlare in inglese anziché in swahili abbiamo instaurato sin da subito con lei un rapporto di simpatia e confidenza. La sua estrema solarità e la disponibilità che ci ha dimostrato facendoci sentire ospiti graditi nel suo Paese e, contemporaneamente, persone di famiglia hanno fatto il resto. Così, è stato sin troppo facile affezionarsi a questa donna, in fondo sconosciuta, dal sorriso dolce ma dal carattere pragmatico e generoso. Di quell’estate non abbiamo mai potuto dimenticare i momenti vissuti insieme a lei: le serate trascorse in allegria nel suo giardino degustando le prelibatezze tanzaniane appositamente cucinate per noi, le chiacchiere con i suoi simpaticissimi figli, la gita al lago, le passeggiate nel villaggio, l’infinita gratitudine nei suoi occhi per aver semplicemente regalato un libro al figlio Erick e la commozione dei saluti dell’ultimo giorno. Abbiamo lasciato Buswelo consapevoli che, se mai fossimo tornate, avremmo trovato qualcuno felice di accoglierci a braccia aperte ma ancora non sapevamo, né noi né Rose, che la nostra sarebbe stata un’amicizia destinata a durare nel tempo.

Dicembre 2016: un nuovo viaggio in Tanzania, ancora a Buswelo!!! È in questa seconda occasione che le nostre strade si rincrociano per non separarsi più. Un mazzolino di fiori colti per strada in segno di rinnovata ospitalità ed un abbraccio bastano a consolidare quanto in qualche modo lasciato in sospeso. Riemergono prepotentemente tutte le belle emozioni che ci avevano legato un anno e mezzo prima ed è tangibile la sensazione che questo sia solo l’inizio di una nuova esperienza che ci porterà ad approfondire ancor di più il nostro rapporto. Di fronte alle innumerevoli difficoltà logistiche che questa volta, molto più che nel 2015, ci troviamo ad affrontare in terra africana, l’aiuto ed il sostegno di Rose si dimostrano essenziali. Ha un nuovo lavoro, adesso, che la impegna parecchio ma non c’è giorno che, nonostante la stanchezza ed i figli da accudire, non ritagli del tempo per noi. La sua presenza ed i suoi consigli significano sicurezza, conforto ed incoraggiamento. Rose sembra infatti comprendere quel senso di dispersione che si prova nel constatare quanto sia frustrante non riuscire a comunicare in un Paese con usi, lingua e costumi completamente diversi dai nostri. Al villaggio quasi tutti sono gentili e sorridenti con i bianchi ma nessuno sembra davvero interessato ad aiutarci...non possiamo non renderci conto, del resto, di come quelli che a noi sembrano problemi insormontabili e da cui oggettivamente dipende la nostra serenità (mancanza di acqua, luce o gas) rappresentano per tutti loro semplice quotidianità. È proprio in questo che Rose riesce a fare la differenza: pur riconoscendo le diversità del nostro stile di vita, non ci giudica e, anzi, coglie tutto il nostro disagio adoperandosi affinché possiamo sentirci comunque ben accolte e sicure. Capiamo, insomma, che per Rose non siamo turiste occidentali viziate o con scarsa attitudine all’adattamento ma semplicemente due giovani ragazze lontane da casa, spaesate da questo mondo così diverso ma allo stesso tempo sinceramente curiose di scoprirlo e desiderose di entrare a farne parte, sia pure in punta di piedi, per una breve parentesi di vita. È difficile spiegare a parole il sentimento di gratitudine provato nei confronti di questa grande donna, possiamo solo dire che da quel momento ha conquistato i nostri cuori e la nostra più profonda fiducia. Superate le difficoltà iniziali, i giorni trascorrono sin troppo velocemente ma passiamo gran parte del nostro tempo libero chiacchierando e scambiandoci idee. Così, finalmente, la nostra amica ci racconta approfonditamente, come mai prima di quel momento, la storia della sua vita. Scopriamo allora che il suo compagno è morto qualche anno prima in un incidente sul lavoro e che oggi si trova a dover crescere da sola i loro tre figli, lavorando giorno e notte come domestica per alcuni imprenditori europei ed organizzando servizi catering per i bianchi e le loro feste durante il fine settimana.

Elia, il più piccolo dei tre, è affetto da un’evidente disabilità, a cui nessun medico locale riesce tuttavia a dare un nome. A noi, che abbiamo modo di conoscerlo bene, Elia appare in realtà un bambino molto vivace, intelligente ed allegro, che parla e comprende benissimo l’inglese nonostante la sua malattia. Eppure, ci spiega Rose, questo non basta a far sì che, come gli altri bambini, lui possa accedere ad un sistema di istruzione adeguato. La scuola pubblica, che già di per sé è ben lontana da livelli di istruzione minimamente sufficienti, non prevede infatti alcuna agevolazione o sostegno scolastico di fronte a situazioni di questo tipo. Ed il direttore della scuola privata dove, con enormi sacrifici, Rose è stata quindi costretta ad iscrivere Elia, le ha fatto intendere che suo figlio, che oggi frequenta la terza elementare, rappresenta sostanzialmente un peso per il resto della classe e che per lui, in quella scuola, non c’è dunque molto altro da fare.

Erick, invece, ha 19 anni ed è un ragazzo brillante, all’ultimo anno di liceo. Abbiamo occasione di comprovare la sua rara abnegazione per lo studio ogni volta che Rose ci invita a casa loro: lo troviamo sempre concentrato sui suoi libri, che ci mostra orgoglioso, e si emoziona nel raccontarci che da grande vuole fare l’ingegnere.

Infine c’è Rehema, la primogenita di Rose e la vera ragione per cui è nato il progetto I Have a Dream. Ha 20 anni e si è appena diplomata al liceo ottenendo il massimo dei voti. I professori la esortano a continuare gli studi proponendole anche percorsi di scambio internazionale che, tuttavia, risultano davvero inaccessibili considerate le condizioni economiche della sua famiglia. Il suo sogno è diventare farmacista: le piace particolarmente l’ambito sanitario e vorrebbe dare il suo contributo al miglioramento del relativo sistema nazionale.

Rose ha insegnato a questi ragazzi ad avere grandi aspirazioni, perché non può essere un lusso anche sognare; li ha cresciuti facendo sorgere in loro il desiderio di puntare in alto, contando principalmente su preparazione e competenza sopra la media in modo da poter fare la differenza in un Paese dove, al contrario, per ragioni di ordine mondiale, si finisce generalmente con l’accontentarsi di sopravvivere. Ci sorprende la forza delle sue parole quando ci dice che ciò che più le preme in assoluto è garantire loro un’educazione, che si può rinunciare ad un pasto ma non allo studio e che per questo lei sarà sempre disposta a lottare. Ci confessa, inoltre, di quanto le risulti difficile, proprio per tali ragioni, confrontarsi e stringere rapporti di amicizia sinceri con i suoi stessi connazionali. La vita l’ha portata ad entrare in contatto con europei ed americani ed è proprio attraverso questi incontri, per quanto limitati a rapporti di lavoro, che è riuscita ad apprezzare la nostra cultura e ad avere una diversa apertura mentale nei confronti degli stranieri. In una terra dove viso pallido non è altro che sinonimo di soldi, Rose è andata molto oltre riuscendo a cogliere il valore immenso dello scambio intellettuale e multiculturale. L’ampiezza delle sue vedute e la sensazione di condivisione dei medesimi principi ci fa sentire, quindi, davvero molto vicine a lei. La capacità che ha avuto di emanciparsi da una realtà di tendenziale e generalizzata indifferenza rispetto a temi cruciali ci spiazza ma, soprattutto, ci commuove il sentimento di empatia che suscita in noi il suo modo di raccontarsi. Le nostre differenti provenienze e le nostre differenti formazioni restano ormai completamente sullo sfondo e sembra di conoscerci da sempre!

Ma è quando il destino pone sui nostri cammini Johnny e Niko che l’amicizia con Rose tocca il momento più alto e le nostre reciproche esistenze si intrecciano in via definitiva. Trovati a chiedere l’elemosina nel caos più totale del capolinea degli autobus di Mwanza, in quello che doveva essere un pomeriggio qualunque di spese al mercato, preoccupate per le loro condizioni igieniche, li avviciniamo cercando di scambiare qualche parola in swahili. Troppo stanchi per rispondere alle nostre domande, si dimostrano inizialmente diffidenti nei confronti di due bianche. Così, ci rivolgiamo a Rose ed insieme a lei riusciamo a convincerli a venire con noi e a portarli temporaneamente a casa nostra a Buswelo. Insieme li laviamo, accudiamo, consoliamo, coccoliamo e, sempre insieme, riusciamo a farci raccontare le loro storie e a conquistare i loro sorrisi. È stata dura, ci siamo scontrate con l’indifferenza e l’ostilità delle autorità locali, ma grazie a Rose e alla sua tenacia abbiamo continuato a lottare per tentare di assicurare un futuro, lontano dalla strada, anche a Johnny e Niko. Quando nessuna soluzione sembrava possibile ed il nostro rientro in Italia era ormai incombente, ecco allora che ancora una volta la nostra amica, il nostro angelo, ha fatto la differenza: li ha accolti nella sua piccola casa ed ha scelto di crescerli come fossero figli suoi. Oggi questi due bambini, orfani di entrambi i genitori, hanno trovato finalmente qualcuno che li ama e che se ne prende cura con l’amore della mamma e dei fratelli che non hanno mai avuto; e noi, da qui, cerchiamo di fare la nostra parte sostenendo le spese per i loro studi. Da allora le nostre famiglie sono unite indissolubilmente dalla speranza di garantire a Johnny e Niko una crescita serena. Possiamo dire, in effetti, che tutti sentiamo di essere ormai parte di un’unica grande famiglia: così lontani geograficamente ma così, allo stesso tempo, estremamente vicini.

Con il suo esempio di infinita generosità e filantropia, Rose ci ha insegnato che non esiste ricchezza senza felicità, e felicità significa essere circondati da chi ci vuole bene, poter contare sulla propria famiglia, veder crescere i propri figli, aiutare il prossimo qualunque sia il colore della sua pelle, amare incondizionatamente e dare agli altri anche quando noi stessi abbiamo già molto poco.

Se sei arrivato fino alla fine di questa storia, non sarà quindi difficile comprendere cosa ci abbia spinto a dar vita a questo progetto. Sentiamo infatti di essere noi, adesso, a dover fare qualcosa.

I Have a Dream, perché il SOGNO di Rose è quello di dare la possibilità a sua figlia Rehema di iniziare un percorso universitario che le consenta di diventare farmacista ed il nostro è quello di riuscire a realizzare il suo!

CHI SIAMO

Valentina Pastorino e Ludovica Iannuzzi, due ragazze romane di 27 anni.

L’amicizia nata durante il percorso universitario che abbiamo condiviso si è decisamente consolidata, fino a trasformarsi in una vera e propria “sorellanza”, nel corso del nostro primo viaggio in Tanzania. Non appena conseguita la laurea in giurisprudenza ed in occasione della stessa, infatti, abbiamo deciso di farci regalare da amici e parenti l’esperienza che entrambe sognavamo da una vita e siamo partite alla scoperta dell’Africa. Per correttezza ci preme chiarire che il secondo viaggio in Tanzania, quello del 2016, ha riguardato invece soltanto una di noi. Ma l’intensità con cui abbiamo condiviso quotidianamente anche questa seconda esperienza ci ha portato a raccontarvene utilizzando comunque il plurale. Ciò che ancora oggi ci lega, a parte l’amore per quella Terra meravigliosa, è la comunanza di valori ed aspirazioni. La complessità del percorso di studi che abbiamo deciso di intraprendere post lauream e l’impegno economico che ciò comporta per le nostre famiglie ci hanno portato a cogliere, ancor più chiaramente, l’immensa fortuna che deriva dall’aver avuto la possibilità di studiare. Mosse da questa considerazione e dal profondo desiderio di aiutare Rose e sua figlia, grazie anche al costante supporto dei nostri genitori e dei nostri più cari amici abbiamo dato vita al progetto I Have a Dream.

GRAZIE a chiunque vorrà dedicare del tempo anche solo a leggere questa storia.

GRAZIE a chi vorrà aiutarci a condividerla il più possibile.

GRAZIE a chi deciderà di partecipare.