Studiare in un paese che grida

Cristina Galli Cooperazione Internazionale

La Buona Causa

La Guinea Bissau è il decimo paese più povero del mondo. Il suo popolo, aperto e affettuoso, ha una speranza di vita di 48 anni.

Un milione e mezzo di abitanti compreso l’arcipelago, trenta etnie diverse, sparsi in una miriade di villaggi con casette basse ed il tetto in lamiera, talvolta in paglia.

Ovunque, nelle città o nei villaggi più grandi è tutto un grande mercato di gente poverissima che vende anche solo due uova. E vengono venduti molti oggetti di importazione di qualità scadente, appaiono come dei resti, degli avanzi di magazzino. Ma vengono venduti anche oggetti artigianali, stoffe, legno finemente lavorato, corde ricavate dal legno tenero del baobab, stuoie e panchetti ricavati dal bambù e altro ancora.

La gente vive coltivando qualcosa, allevando piccoli animali, capre, polli, maiali, qualche mucca, qualche somaro è usato per il trasporto; vive di raccolta, papaie, manghi, avogadi, frutti di baobab, acaju, sicuramente pieni di vitamine; vive di artigianato. L'agricoltura deve però fare i conti con termitai enormi che continuamente si incontrano e con le invasioni delle scimmie che tendono a distruggere tutto.

In alcune regioni è praticata anche la pesca e la coltivazione del riso bagnato e asciutto.

Se qualcuno lavora come salariato prende 40 euro al mese, ossia poco più di 26000 franchi guineani, tenendo conto che un uovo o una testa d’aglio costano 100 franchi.

Uno dei grandi problemi è l’acqua. In alcuni villaggi sono stati fatti pozzi da benefattori. In quasi tutti le donne fanno chilometri e chilometri con secchi sulla testa.

E c’è il problema dell’igiene e della salute che ha costi alti, come anche il problema degli approvvigionamenti di qualsiasi materiale che deve arrivare dall’estero con costi altissimi.

Agli ospedali non vengono dati fondi per il minimo indispensabile: né lenzuola, né pasti, né medicine per i degenti, ma neanche linea telefonica o rete internet per le strutture. Addirittura pochissimo viene dato per il necessario alla pulizia per cui i dipendenti dei reparti si tassano per farvi fronte e solo grazie a ciò tutto è pulito. Una grande risorsa di questo paese è infatti la forte solidarietà fra le persone del popolo.

La malaria è in remissione fortunatamente. Ma c’è molto HIV, in parte meningite endemica da gennaio a giugno, i mesi liberi dalla stagione delle piogge, spessissimo malnutrizione media o grave e/o molto grave di bambini, tante morti di donne per parti o di bambini alla nascita. La febbre gialla sembra essere stata sconfitta. Esiste qualche caso di tetano e di tifo o di epatite ma l’altra malattia molto diffusa è la tubercolosi. E talvolta ci sono epidemie di colera.

Anche per la salute, soprattutto le donne per i bambini, fanno chilometri e chilometri per raggiungere i centri di cura.

La Guinea Bissau è stata colonizzata dai portoghesi per cui la lingua parlata è il creolo, un incrocio tra il portoghese ed una mistura delle lingue etniche, ma molte persone, soprattutto donne, parlano solo la lingua etnica.

Negli ultimi anni si sono poi succeduti vari colpi di stato, l’ultimo nel 2012, appoggiati da militari ed il paese è diventato centro di narcotrafficanti dall’America Latina all’Europa.

I "regali" che arrivano dalle zone industrializzate del mondo sono vecchi computer, un modo subdolo e meno costoso di rottamare in modo “pulito” prodotti ormai inutilizzabili. E qui, in Africa, dopo al massimo due anni tali computer diventano rottami inservibili e loro non sanno e non hanno i mezzi per eliminarli in modo sano. Peggio ancora. Spesso materiale fortemente inquinante, invece di essere smaltito dal mondo industrializzato, viene spedito mascherato con camion poi abbandonati nelle zone desertiche: tutto ciò costa molto meno.

Nel novembre 2014 è finalmente stato eletto un governo che sembra si stia interessando alla popolazione. Ci auguriamo che riesca a non essere attanagliato dagli antichi poteri militari e non.

In questo scenario vivono João Paulo e Salì due ragazzi semplici, gioviali, aperti alla vita e con tanta voglia di costruire un futuro per loro stessi e le loro famiglie.

João Paulo ha 26 anni, lavora presso l'ospedale centrale come informatico, parla bene inglese ed ha un figlio di un anno.

Salì è una ragazza di 25 anni, per mantenersi, pulisce le case dei pochi benestanti del posto.

Entrambi vorrebbero studiare, non espatriare o scappare da questa povertà e dalle tante difficoltà che la vita li ha portati ad affrontare, vogliono semplicemente studiare, nel loro paese, per arricchire ciò che hanno intorno, migliorando se stessi e ponendo le basi per un'indipendenza vera e libera dai vincoli della miseria.

João Paulo vuole iscriversi all'università che è a pagamento per continuare gli studi di informatica, Salì vorrebbe finire il suo percorso di studi secondari in una scuola privata perché quelle pubbliche non sono mai aperte a causa di scioperi e mancanza di fondi.

Non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo donare una speranza a queste due giovani vite, affinché questi semi di autonomia crescano e producano frutti a loro volta ricchi di nuovi semi.

M. Mirella D'Ippolito